Dalla Fine dell'Impero Romano alle Invasioni Barbariche

Non si hanno molti riscontri sul periodo che va dalla fine dell'Impero Romano alle invasioni saracene. Si può solo fare ipotesi su episodi non certo piacevoli, visti i passaggi dei vari gruppi barbari. I Visigoti di Alarico, ad esempio, che nel 401 attraversarono tutta la Liguria di Ponente per raggiungere la Gallia lasciando dietro di loro la distruzione di Albenga e i danni arrecati ad altri villaggi incontrati sul loro cammino. Nel V secolo ci furono le incursioni venute dal mare dei Vandali di Genserico, e quindi altre successive da parte di pirati del mare. Finito l'Impero Romano d'Occidente, quello bizantino, in Liguria predispose un'organizzazione difensiva adatta alle esigenze del momento, creando una serie di zone fortificate che nell'estremo Ponente andavano da Ventimiglia, Taggia e lungo la valle Argentina. Questi baluardi riuscirono a resistere dal 569 al 643 alle offensive longobarde, ma Rotari, re dei Longobardi, nel 643 ebbe ragione delle difese bizantine: Ventimiglia, ancora attestata alla foce del Nervia, andò completamente distrutta, e si ipotizza che anche i paesi nelle vicinanze subissero subissero uguale sorte. Ai Longobardi, dal 774 successero i Franchi di Carlo Magno, che occuparono la Riviera fino all'888. 

L'Italia Longobarda
L'Italia Longobarda
Nel nuovo ordinamento del territorio, i comitati di Ventimiglia e di Albenga continuarono a rispettare i confini dei municipi romani, generalmente coincidenti con le ripartizioni ecclesiastiche delle diocesi soggette ai vescovi, divenute nel frattempo primari centri di potere. L'ipotesi che il confine fra le diocesi di Ventimiglia ed Albenga fosse lungo il corso del torrente San Romolo (aqua Sancti Romuli), non appare plausibile dato che avrebbe diviso a metà il territorio matuziano; il confine orientale tra i due comitati era fissato, in documenti del 979-980 e successivi, al torrente Armea (Ab Armedanam usque ad Finar).
I vescovi i Genova estesero e mantennero la loro influenza sulla Villa Matuciana per tutto l'Alto Medioevo e tale influenza veniva da molto prima, grazie a delle conoscenze a mezzo tra leggenda e raltà. La tradizione religiosa ricorda che, alla fine del V secolo, il Vescovo di Genova, Felice (divenuto poi Santo) decise di inviare nella zona Matuciana il diacono Siro, più per allontanarlo da Genova (stava diventando troppo famoso, con visioni durante le cerimonie) che per motivi spirituali, ordinandogli di rimanere il loco fino a nuovi ordini. Arrivato nella Villa Maticiana, Siro incontrò il beato Ormisda, vicario del vescovo Felice, da lui inviato nel Ponente per cristianizzare la popolazione e quindi tramite lui assoggettarlo al vescovo genovese, che manteneva quindi sul posto un suo
Divisione tra le due Diocesi
Divisione tra le due Diocesi
corepiscopus.

Nel tempo che rimase in zona il diacono Siro, grazie ai suoi poteri reali o presunti, ricevette in dono diversi appezzamenti di terreno, da parte di possidenti di Matuzia e di Ceriana, ed anche da un certo Gallione, esattore delle imposte di Taggia, per avergli esorcizzato la figlia, con vasti tratti di terreno posti nei pressi della foce del fiume di Tabia (l'Argentina).
Una cosa strana era che, pur essendo la zona Matuciana, da Capo Nero al torrente Armea, sottoposta alla diocesi di Ventimiglia, in un primo tempo la pieve, la chiesa primitiva di San Siro e il castrum che sorgerà in seguito sul colle della Pigna appartenevano alla diocesi di Albenga. In realtà, a partire dal VI secolo, come detto, gli abitanti della Villa Matuciana dipendevano completamente dal vescovo di Genova, che manterrà su di essi la propria giurisdizione temporale e spirituale.
Le ragioni di tale singolarità sono state spiegate da Nino Lamboglia con l'abile disegno politico dei matuziani, mantenuto nei secoli, di «essere indipendenti, sottraendosi al padrone più vicino per affidarsi al più lontano e al meno esigente».
(La modificazione del confine diocesano avvenne soltanto fra il 1315 e il 1350, quando fu spostato a occidente, sul promontorio della Madonna della Ruota fra Bordighera e Ospedaletti, assegnando tutto il territorio di San Romolo alla diocesi di Albenga, attribuzione mantenuta fino al 1831.)
San Romolo
San Romolo
Dopo Siro giunse in terra matuziana il vescovo genovese Romolo, considerato l'apostolo dell'evangelizzazione in questa parte di Liguria. Non esiste certezza sul periodo in cui visse e operò Romolo; Jacopo da Varagine assegna Siro al 570 e Romolo subito dopo, cioè intorno al 600. Superate numerose dispute, gli studiosi sono ormai concordi nel collocare Romolo nel VII secolo, ed i più ritengono abbia operato tra la fine del VII e l'inizio dell'VIII secolo dopo Cristo.

Del vescovo Romolo si sa quasi tutto e anche niente. La tradizione cristiana, tra leggenda e realtà, vuole che lui fosse felice di stare alla Villa
La Cappella alla "Bauma" do monte Bignone
La Cappella alla "Bauma" do monte Bignone
Matuciana perchè preferiva la sua tranquillità alla vita frenetica di Genova, tanto che visse i suoi anni in una grotta o "Bauma" ai piedi di Monte Bignone dove visse in meditazione, penitenza e preghiera in fama di santità e circondato dalla generale venerazione e che, trasformata in cappella, divenne meta di pellegrinaggi per i tanti miracoli che vi avvenivano. Morì il 13 ottobre di un anno non precisato e le sue spoglie, dopo essere stato fatto Beato e poi Santo, furono traslate nella cripta della primitiva Chiesa di San Siro, vicino a quelle del Beato Ormisda. Divenne successivamente protettore e Patrono della Città, tanto che col tempo, il suo nome divenne identificativo della Villa Matuciana che dal X secolo circa non fu più tale, sostituito dall'XI secolo da quello di "Castrum Sancti Romuli" l'agglomerato urbano che nel rattempo sorse sulla collina della Costa (La Pigna).

L'Interno della "Bauma"
L'Interno della "Bauma"
Fatte salve queste tradizioni, in realtà il trasferimento di Romolo fu dovuto a ragioni più politiche, viste le persecuzioni a cui era sottoposta la Chiesa da parte dei Longobardi e, come anche accenna Girolamo Rossi nella sua Storia di Sanremo, l'isolamento di Romolo era dovuto più che altro al misticismo tra fervore religioso e penitenza che stava attraversando quei tempi, inducendo anche per il resto d'Italia a crearne dei simili.

Castellaro di Monte Bignone
Castellaro di Monte Bignone
Circa poi il reale isolamento di Romolo tra i boschi di Monte Bignone, Nino Lamboglia, archeologo e studioso della storia di Sanremo, ne mette in dubbio l'autenticità, grazie a due documenti del 979 dai quali risultava che nella zona doveva esistere un castellaro di origine antiche, forse l'antico Castellaro di monte Bignone, poi distrutto dai Saraceni,
Castellaro di Monte Caggio
Castellaro di Monte Caggio
che, come altri tra questo e monte Caggio, erano frequentati da famiglie di pastori e di agricoltori Quindi «non in un sito boscoso completamente deserto, ma in un luogo tranquillo e appartato, dove esistevano già condizioni di vita e abitatori di discendenza romana ». Questo spiegherebbe anche perché le popolazioni litorali vi abbiano trovato rifugio durante il periodo delle incursioni saracene.


I Saraceni

Saraceni
Saraceni
Con questo nome erano abitualmente chiamati i gruppi di Arabi dediti alla pirateria e alla guerriglia, che partivano dai porti nordafricani e spagnoli e che con veloci flotte compievano le loro razzie tra le popolazioni delle coste dell' Alto Tirreno e del mar Ligure. Nell'838 una flotta saracena formata da Arabi di Spagna devastò il territorio di Ventimiglia (non si sa se colpì anche la Villa Matuciana, cresciuta attorno a San Siro). Nell'846 la stessa costa fu nuovamente colpita dalle incursioni saracene in diversi punti.
Nell'899 un gruppo di Arabi, provenienti dall'Andalusia Spagnola, fissò il proprio quartier generale al Frassineto, nel golfo di Saint-
Navi Saracene
Navi Saracene
; negli anni successivi, dopo aver distrutto le città circostanti, iniziò una lunga serie di scorrerie per mare col risultato, data la loro vicinanza, di sottoporre le località della costa a distruzioni, saccheggi e rapimenti di donne e uomini da rendere schiavi.

Ormai padroni assoluti del territorio, vista anche la mancanza di un'adeguata protezione politica ma sopratutto militare, i Saraceni intrapresero vere e proprie azioni militari investendo le pianure e le Alpi Piemontesi, senza però perdere di vista le consuete scorrerie costiere, effettuate da bande isolate ma che continuavano le operazioni di saccheggio, violenza ed anche all'oltraggio di chiese e religiosi e il massacro delle popolazioni inermi.
Cavalieri Saraceni
Cavalieri Saraceni
La Villa Matuciana subì più volte tale sorte; nel 934, quando Genova fu assediata, messa a sacco e perse 5000 uomini, anche numerosi abitati della Riviera furono devastati e incendiati. In precedenza, tra l'876 e il 915, le spoglie di San Romolo erano state traslate a Genova per evitare che i Saraceni potessero oltraggiarle; questo fatto, voluto dal vescovo genovese Sabatino, conferma ancora una volta la giurisdizione vescovile di Genova mantenuta sui matuziani.

Dopo il tradimento di re Ugo d'Arles, che nell'estate del 942, giunto sul punto di vincere i Saraceni, per rivalità con Berengario d'Ivrea li risparmiò, incaricandoli perfino di occupare i valichi alpini per impedire il passaggio alle truppe nemiche, le incursioni ripresero indisturbate. Ma nel 950 Berengario II, divenuto re d'Italia, riorganizzò amministrativamente il territorio (i comitati di Ventimiglia e di Albenga furono assegnati rispettivamente alla marca Arduinica e all'Aleramica), e nel 972 Guglielmo d'Arles, conte di Provenza, promosse finalmente un'alleanza militare tra i feudatari liguri e provenzali, cui partecipò anche Guido dei conti di Ventimiglia. Dopo numerose battaglie, fra il 975 e il 980 i Saraceni furono definitivamente sconfitti e il covo del Frassineto espugnato. Un terribile secolo di devastazioni, di dolore e di desolazione aveva contrassegnato l'esistenza delle popolazioni rivierasche, che avevano abbandonato gli abitati sulla costa per rifugiarsi sulle colline e sui monti dell'interno, dove avevano ricostruito i loro borghi, meno esposti ai pericoli, interrompendo ogni attività economica e dedicandosi a un'agricoltura e a una pastorizia di pura sopravvivenza.
Anche i matuziani avevano lasciato le case presso San Siro per trasferirsi nella zona montana di Bevino, fra i monti Caggio e Bignone, là dove era vissuto e morto il vescovo Romolo, e dove abbiamo visto esistevano già alcuni gruppi di case rurali. Il documento del 980 dice che le terre di San Romolo (Villa Matuciana) furono rese 'deserte et sine habitatione relicte' a causa delle ripetute azioni saracene.
Cessato il flagello, la gente riprese lentamente una vita normale, ritornando alle abituali residenze e alle consuete occupazioni. Tutto era da ricostruire: case, lavoro, commerci, relazioni. In questo immane disegno di rinascita materiale e morale un ruolo determinante fu assolto dagli ordini monastici e dai vescovi, che distribuirono terre alle famiglie, riorganizzarono i lavori nei campi e ripresero a occuparsi dell'istruzione dei giovani.
La volontà di riconquistare un'esistenza serena spinse le famiglie a impegnarsi a fondo nell'azione di ricostruzione; in breve tempo i borghi risorsero, le campagne tornarono ad animarsi e la vita si riaffermò con tutto il suo vigore.

(Fonte: San Remo Storia e anima di una città,  op.cit. Immagini riproposte dal Web)