LE ORIGINI DELLA FLORICOLTURA

La Riviera Ligure gode da sempre di condizioni ambientali particolarmente privilegiate.
La protezione dai venti freddi del nord grazie ai monti delle Alpi Liguri e Marittime, il benefico calore del sole, l'azione termo-regolatrice del mare e la conformazione della costa, con promontori assolati e vallate riparate dai venti, contribuiscono a creare un microclima locale ideale per lo sviluppo di forme vegetali di ogni specie.
Il territorio è prevalentemente montuoso e collinoso con versanti più o meno ripidi che degradano verso il mare. Le zone pianeggianti sono scarse e collocate soprattutto allo sbocco delle valli attraversate dai corsi d'acqua principali.
Data la natura impervia, i primi abitanti furono letteralmente costretti a conquistare palmo a palmo il terreno coltivabile creando con tenacia, sapienza, e a prezzo di enorme fatica, le caratteristiche terrazze o fasce sostenute dai muri di pietre a secco, per trattenere la terra e limitare i danni di frane ed erosioni.
Mentre una parte degli abitanti coltivava la terra, ricavando a malapena l'indispen- sabile per vivere, un'altra parte si dedicava alle attività marinare, ottenendo in breve una notevole fama di provetti naviganti e di costruttori delle proprie imbarcazioni, grazie anche all'ottima qualità del legname proveniente dai boschi vicini.
Furono così facilitati i contatti con popolazioni e paesi lontani, con i quali vennero avviati floridi traffici commerciali, importando anche piante e tecniche di coltiva- zione poco conosciute nella nostra zona.
E' opportuno ricordare alcune fra le più importanti colture agricole praticate in Liguria prima dell'avvento della floricoltura. Tali coltivazioni avevano in particolare l'obiettivo di ottenere prodotti molto ricercati, che non si potevano trovare facilmente in altre località dal clima meno favorevole.

Gli Agrumi.
Iniziarono ad essere coltivati già dal XII secolo, dapprima i cedri, poi, diffusi dai crociati, i limoni, le arance, amare e dolci. Veniva anche prodotta l'acqua di fiori d'arancio e l'olio essenziale per l'industria profumiera e farmacista. Prese così avvio la coltivazione e il commercio di prodotti che assunsero sempre maggiore importanza, al punto che il Comune di Sanremo stabilì rigide norme sulla produzione, la raccolta e la vendita, come risulta dagli antichi statuti comunali del '400.
I raccolti venivano caricati sulle navi della marineria sanremasca e trasportati non solo nei paesi del bacino mediterraneo, ma anche nel resto dell'Europa.
Venne anche costituito un consorzio dei produttori che rimase in vita fino al 1930 ed emanò e fece osservare rigidamente vari regolamenti per la coltivazione degli agrumi, la raccolta e la selezione dei frutti in base alle dimensioni e alla qualità e inoltre regolamentò l'attività del locale mercato all'ingrosso di tali prodotti che fu il più grande dell'Italia settentrionale.
Le Viti.
Così come l'uva e il vino, erano conosciuti già nei tempi più antichi, come risulta dai reperti di anfore rinvenuti negli scavi archeologici e sul fondo del mare a seguito di naufragi delle cosiddette navi onerarie romane. Il terreno calcareo delle colline rivierasche e il clima mite, poco piovoso, ne favorirono la coltivazione in diverse zone con buoni risultati permettendo anche la produzione di vini prestigiosi come il “Rossese” di Dolceacqua, il “Moscatello” di Taggia, l'”Ormeasco” di Pornassio e il “Vermentino”.
In passato era diffuso l'uso di importare dalle regioni del meridione ingenti quantità di vino, detto in sanremasco “Vin de marina” o con termine più spregiativo “Canca- run”, da utilizzare soprattutto come vino da taglio, cioè da mescolare con il prodotto locale per aumentare il tasso alcoolico e dare maggior corpo al vino prodotto nella nostra zona.

Le Palme.
Secondo la tradizione, sarebbero giunte in Riviera verso il 400 d. c. grazie a Sant'Ampelio anacoreta o, secondo altre fonti, già dai Fenici che portarono i datteri, (in effetti per molto tempo si coltivò solo la palma dactylifera) oppure intorno al 1.100 con i crociati, che portarono i primi semi dalla Terra Santa. Già nel XV secolo la coltivazione delle palme per vendere le foglie recise era molto diffusa nel territorio di Sanremo; erano particolarmente ricercate soprattutto in occasione di festività religiose cristiane ed ebraiche e venivano raccolte in tempi diversi e lavorate in maniera diversificata a seconda della destinazione.
Le palme erano così tipiche di Sanremo, che sullo stemma del Comune compare appunto una palma con un leone rampante e al tempo della Repubblica Ligure, nel 1797, Napoleone la nominò capoluogo della “Giurisdizione delle palme”.
Da ricordare l'episodio legato al capitano marittimo sanremese Benedetto Bresca, che il 10.09.1586, durante le operazioni di innalzamento dell'obelisco egizio in piazza San Pietro a Roma, si accorse che le funi usate nell'operazione si erano allungate per il troppo peso del manufatto e rischiavano di spezzarsi. Sfidando il severo ordine del Papa Sisto V di osservare l'assoluto silenzio, pena la morte, lanciò il gridò “ Aiga ae corde!”, esortando cioè a bagnare le corde per farle accorciare e completare regolarmente il sollevamento del monolite. In cambio non venne punito, ma ottenne per sé e per i suoi discendenti, il privilegio perpetuo di fornire le palme al Vaticano e alle basiliche romane la domenica precedente la Pasqua.
Occorre precisare che in un secondo tempo il primato di Sanremo fu superato da Bordighera, dove si sviluppò anche il commercio delle piante intere di palma, tanto che venne detta “la Città delle Palme”.

L'Olivo.
Secondo la leggenda, fu creato dalla dea Atena per donare agli uomini la pianta più utile di tutte. Originaria dell'Asia Minore, si diffuse rapidamente in tutti in paesi del bacino mediterraneo e l'olio ricavato dai suoi frutti fu conosciuto e apprezzato già nell'antichità. In Liguria l'olivo sembra possa essere stato portato dai Fenici, che avevano una colonia a Marsiglia. Benché già noto e coltivato in maniera contenuta anche in epoche più remote, si dice che nel secolo XII un monaco benedettino, di ritorno da un pellegrinaggio, avrebbe portato alcune olive in un monastero di Taggia, dando origine alla estesa coltivazione dell'olivo nella zona, con innovazioni tecniche e varietali.
L'uliveto aveva minori esigenze agronomiche rispetto alle altre colture, quindi, oltre che sul litorale, si diffuse anche su terreni più elevati e nelle vallate dell'entroterra, anche se il reddito dell'olivicoltura fu generalmente inferiore a quello delle altre colture.
Poiché il raccolto delle olive e l'olio prodotto dovevano essere venduti per soddisfare le pur elementari esigenze famigliari, nelle case dei contadini l'uso dell'olio fu molto parsimonioso, tanto che si diceva che venisse usato “cun u truncu”, cioè utilizzando un bastoncino intinto nel contenitore e facendolo poi sgocciolare sugli alimenti da condire.
In Liguria si coltivarono diverse varietà di olive, come la Colombaia, la Pignola, la Razzola, la Lavagnina, e altre di minor importanza, ma nell'ambito della Riviera dei Fiori si affermò in modo particolare la cultivar “Taggiasca”, che produce un olio più dolce, leggermente fruttato, delicato e ricco di acido oleico e di polifenoli, tanto utili all'organismo umano.
Malgrado alterne vicende e la scomparsa di moltissimi oliveti, l'olivicoltura sopravvi- ve ancora oggi con buoni risultati e l'olio prodotto è sempre fra i più rinomati.

(Fonti tratte e liberamente elaborate da: L.Viacava e G. Roberto- Floricoltura in Liguria dagli inizi ad Euroflora- Sagep 1982; B. Filippi- Le Radici dei Fiori- Diakronia 1998; E. Bernardini- San Remo, Storia e Anima di una Città- Ist. Geogr. De Agostini 1987; G. Ferrari- Sanremo 500 Secoli – C. Tacconis 1963)