LA STORIA DELLA FLORICOLTURA

Prima della sua nascita, le uniche coltivazioni in Riviera erano costituite prevalentemente da piante arboree: olivi, agrumi, viti, castagni, fichi, palme e poche altre specie floricole come la violetta, a Taggia e in qualche località di Sanremo, e la lavanda, sulle colline del vicino entroterra.
Significativo il contenuto di alcune lettere di Tobias Smollet, viaggiatore inglese del '700, che le raccolse, con le sue impressioni, nel libro “Viaggi attraverso la Francia e l'Italia”, dove descrisse, fra l'altro, le per lui sorprendenti e meravigliose coltivazioni di agrumi e le numerose varietà di fiori.
La produzione floricola era destinata alle industrie profumiere della zona di Grasse, in Francia, dove venivano coltivati anche il garofano “Grenadin”, per colorare ed aromatizzare alcuni liquori, e le rose “Centifolia” e “Damascena”, per le essenze in profumeria.
Nel 1868, sulla “via Nuova” (poi via Vittorio Emanuele III e ora via G. Matteotti), venne aperto un negozietto di profumi da parte di un abile distillatore di Sanremo, Giobatta Aicardi, creatore della famosa “Essenza di Violetta di Sanremo”, la cui formula, rimasta segreta fino alla morte del suo inventore, venne da molti imitata ma non eguagliata.
Dalle ricerche effettuate si ritiene che l'origine della floricoltura risalga, quasi casual- mente, allo scrittore parigino Alphonse Karr, (1808 - 1890) che, esule a Nizza (allora ancora italiana) dal 1851, vi avviò una bottega da “jardinier”, precursore dei più recenti fioristi, e nel 1856 iniziò a spedire a Parigi, via ferrovia, cesti di fiori assortiti: praticamente diede il via al commercio del fiore reciso. E' noto anche per aver dato il nome a diverse varietà di dalie.
Nel 1870 il Consiglio Agrario del Circondario di Sanremo ritenne che la floricoltura avrebbe potuto rappresentare un settore dal sicuro sviluppo, anche in previsione della costruzione della ferrovia che sarebbe entrata in funzione dal 1872. Allo scopo di diffondere le informazioni e le novità fra i coltivatori, iniziò le pubblicazioni della rivista “La Liguria Agricola”.
Fra gli antesignani dei floricoltori figurarono alcuni orticoltori e giardinieri provenienti dalla Lombardia, che si trasferirono in Riviera per dedicarsi alla nuova attività.
Il giorno 03.05.1874 Luigi Bessi, un fiorista di Nizza che giornalmente acquistava fiori dai contadini che li vendevano al mercato assieme ai prodotti dell'orto, incontrò casualmente ad Ospedaletti un conoscente, un certo Julien, commerciante di stoffe parigino che era solito trascorrere l'inverno tra Nizza e Sanremo. Quest'ultimo, alludendo ai fiori che l'altro aveva in mano, gli disse che se quei fiori, quella stessa mattinata, si fossero trovati a Parigi, si sarebbero venduti a peso d'oro. Nacque così l'idea che diede origine alla ditta “Julien e Bessi”, la prima azienda floreale dedicata all'esportazione dei fiori, che ogni giorno spedì a Parigi ceste di violette di Taggia, rose, margherite ed altro. Verso il 1880 raggiunse il traguardo di un centinaio di ceste al giorno.
A Lione la coltivazione dei garofani era attiva già da diversi anni e il signor Guillaud, proveniente da quella località, la introdusse a Nizza, applicando la riproduzione per talea: in pratica nasceva così la produzione industriale dei fiori.
Nel 1870 il grande botanico e creatore di giardini Ludwig Winter impiantò, a Bordighera, inizialmente nella piana del torrente Borghetto e successivamente nel vallone di Sasso, le prime coltivazioni di rose in pien'aria e in serra, imitato da qualche coraggioso che ne seguì l'esempio nelle campagne di Sanremo, Coldirodi e Ospedaletti.
Fra il 1870 e il 1871 i due soci Pin e Gullino, giardinieri provenienti da Montecarlo, impiantarono le prime coltivazioni nella zona di San Martino e aprirono una piccola bottega di fiorai nell'atrio del palazzo Borea d'Olmo a Sanremo. La prima vendita diretta pubblica avvenne nel 1877, in occasione dell'inaugurazione del teatro “Principe Amedeo”.
La floricoltura si praticava già in Francia, Germania, Austria, Belgio, Inghilterra e Olanda. In tali paesi sorsero associazioni fra floricoltori, come la “Zentralgartenbau”, nel 1883 in Germania. A Gand, in Belgio, dal 1809 si tennero ogni cinque anni le esposizioni dette “Floraries Gantoises” e nel 1880 fu fondata un'associazione profes- sionale fra gli addetti alla floricoltura. In Inghilterra nel 1804 venne fondata la “Royal Horticoltural Society” che si occupa della diffusione delle informazioni relative alle piante ornamentali e promuove numerose mostre floreali. In Olanda la floricoltura si sviluppò per la spinta dei commercianti che, grazie alla crescente richiesta, avevano necessità di una quantità sempre crescente di prodotti floreali: si formarono associazioni cooperative per la commercializzazione adottando già dai primi tempi il sistema della vendita all'asta.
In Francia si sviluppò molto rapidamente nella regione di Lione e nella vicina Costa Azzurra, fino a Marsiglia e a Grasse, mentre in Italia si avviò più lentamente, ad iniziare dalle campagne più vicine al confine, dovendo dipendere dagli esportatori francesi.
Molta manodopera italiana, proveniente dai paesi dell'immediato entroterra, si era trasferita in Francia per lavorare in quelle coltivazioni, acquistando una buona esperienza, ma nel 1893 si scatenò un'ondata di violenti disordini contro gli italiani, con decine di vittime innocenti fra i nostri connazionali che vivevano e lavoravano oltre confine, costringendo i superstiti a rifugiarsi precipitosamente in Italia, spesso abbandonando case e beni personali per salvarsi la vita.
Da questa tragedia emerse comunque un fatto positivo, in quanto molti dei rifugiati, in possesso di buone capacità e conoscenze, trovarono occupazione, con vicendevole beneficio, nelle aziende floricole italiane, contribuendo a dare una spinta alla neonata floricoltura italiana.
Si può dire che all'inizio esistevano due figure di floricoltori: imprenditori dotati di risorse economiche e professionali e i semplici contadini esperti e intraprendenti, ma privi di mezzi finanziari.
Pertanto mentre i primi potevano sfruttare i secondi nelle grandi aziende, questi ultimi potevano, in un secondo tempo, mettere in pratica ciò che si faceva nelle grandi imprese, diventando a loro volta piccoli imprenditori.
Ad Ospedaletti giunse Louis Isnart, che fra il 1893 e il 1894 iniziò la coltivazione del garofano e diede vita ad un'autentica scuola di floricoltura, insegnando la riproduzione per talea e altre nuove tecniche colturali. Fra i primi a coltivare garofani ci furono l'esperto e capace Michele Natta (nei propri terreni ad Ospedaletti e in seguito a Pian di Poma e Coldirodi), e Giovanni Littardi, già coltivatore di rose, il cui esempio fu di stimolo ad una intera generazione di floricoltori.
Inizialmente i coltivatori di fiori vennero guardati con diffidenza e dispregio da parte di chi si occupava delle coltivazioni più tradizionali di agrumi e olivi, riferendosi ai “nuovi arrivati” con il termine dispregiativo dialettale di “merdasséi”, in quanto usavano anche liquami e materiali fecali per concimare i terreni, ma ben presto la floricoltura prese il sopravvento sulle altre colture.
Fra i pionieri della floricoltura in Riviera, oltre al Winter e ai due soci Pin e Gullino, ci furono: Giuseppe Grossi, con le rose, nei terreni di “Villa Angiolina” (successivamente proprietà degli Stern), i fratelli Gerolamo e Francesco Pesante con rose e violaciocche, i fratelli Elena ai Tre Ponti, gli Asquasciati, che nel 1881 piantarono 5.000 rose al Solaro, Sigfredo Alborno con i garofani a Bordighera, Giovanni Littardi con rose e garofani, Michele Natta, pioniere dei garofani a Pian di Poma, Ospedaletti e Coldirodi, G. B. Sampietro, B. Sommariva, V. Bensa, P. Braüer, M. Capoduro, A. Debernardi, H. Stern, S. Porre, Giò Bernardo Calvino, padre di Mario Calvino.
A questi seguirono più tardi R. Diem, Bock, Costanzo e Domenico Aicardi, G.B. Cepollina, i f.lli Farina, Q. Mansuino, gli Asseretto, i Ferrando, i Verruggio, V. Semeria e tanti altri.
Parallelamente alla coltura di fiori da recidere vennero prodotte molte fronde verdi recise come palme, asparagus e ruscus, e inoltre sorsero aziende specializzate nella coltivazione delle piante grasse o succulente, come la f.lli Molinari di Vallecrosia, la Allavena e in particolare quella di Giacomo Pallanca, di Bordighera.
Un ruolo fondamentale per lo sviluppo della floricoltura fu ricoperto dagli ibridatori che, grazie ad una costante attività di pazienti sperimentazioni, incroci e selezioni, riuscirono a creare nuove varietà, specialmente di rose e garofani, ottenendo fiori di sempre migliore qualità, con splendidi colori, diversità di forme e maggiore durata, che riuscirono ad imporsi sul mercato mondiale.
Fra i primissimi floricoltori che si cimentarono nell'ibridazione, sono da ricordare:
Paul Braüer creò rose come la “Doctor Wauer” e “Contessa Cecilia Luliani” e garofani come il “Regina Elena” e fu molto stimato dal prof. Calvino.
Sigfredo Alborno di Bordighera, coltivò e ibridò garofani nella sua azienda “Le Casette”, situata nei pressi della villa abitata dalla Regina Margherita, alla quale dedicò la sua migliore creazione; ottenne più di cento varietà, fra le quali “Regina Margherita”, “Bella dei Colli”, “Diano Marina” bianco, “Maria Alborno”, “Principessa Maria” e “Avvenire d'Italia”.
Giovanni Battista Gaiaudo produsse la famosa varietà “Fanny” e più tardi il “S. Giovanni”.
Giuseppe Moro, reduce dalla Francia, impiantò nel 1908 una coltivazione di fiori a Borghetto San Nicolò; importò le varietà “Maddalena”, “Sain Jacques” e “Walter”, ma si dedicò all'ibridazione ottenendo ottimi risultati. Si avvalse della collaborazione dei fratelli Luciano ed Ermanno, che ne proseguirà con successo l'attività trasferendosi a Sanremo.
Cesare Sartoris ottenne i garofani: “Carmen Sanarelli”, “Maria Sartoris”, “Principe Lubomirsky”, “Generale Lamarmora”, “Souvenir di Cesare Sartoris” e altri.
Pietro Cotta, lavorò con margherite e garofani, fra i quali il “Maria Bianca Scala” e l' “Augusto Mombello”; chiamò una delle migliori varietà “Madame Perret”, dedican- dola alla moglie del comm. Paul Perret, eclettico coltivatore di origine svizzera, che aveva impiantato una grande azienda olivicola, viticola e floricola, denominata “Mont des Oliviers”, nella zona di Valdolivi e fu proprietario della prestigiosa villa “Des Terrasses”;
Inoltre Valentino Trucchi, autore di un libretto intitolato “Nozioni Elementari di Botanica e Chimica Agraria”, creò la varietà di garofani “M.me Bailly”.
Dopo questi “pionieri”, occorre ricordare gli altri famosi ibridatori che ne proseguirono l'attività ottenendo i risultati più prestigiosi:
Domenico Aicardi, che fu detto “il Mago delle rose” per la quantità e qualità di varietà di rose ottenute, anche se inizialmente si dedicò anche ai garofani.
Quinto Mansuino, Ermanno Moro, i fratelli Verruggio e i Ferrando, Riccardo Brea, Giacomo Nobbio, i Moraglia e molti altri. (Per più dettagliate notizie, vedere capitolo dedicato).
Andava intanto emergendo anche in Italia la problematica della protezione giuridica delle nuove varietà, ma per lunghi anni non se ne fece nulla, mentre all'estero erano già tutelate con i brevetti. Solo nel 1947 venne costituita l'A.N.F.I. (Associazione Nazionale Floricoltori Ibridatori), che ottenne l'iscrizione del diritto di proprietà delle novità vegetali fra gli usi approvati dalla Camera di Commercio e l'istituzione di un registro presso la Stazione Sperimentale per la Floricoltura di Sanremo. Infine, nel 1975, ci fu la tanto attesa emanazione delle disposizioni di legge sulla tutela delle nuove varietà vegetali.
L'espansione della floricoltura proseguì con maggior energia, provocando un progressivo ed inarrestabile mutamento del paesaggio: si spianarono pendii e si disso- darono terreni per ottenere altre fasce, in particolare a scapito degli agrumi, che furono i primi ad entrare in competizione con i fiori per la coltivazione dei terreni più fertili, ma vennero eliminati anche molti oliveti.
Da Latte, a ponente, fino a Riva Ligure e Santo Stefano a levante, la floricoltura si espanse a macchia d'olio e proseguì su basi più scientifiche, grazie all'istituzione dei “Comizi Agrari”, che poi diventarono “Consorzi Agrari”, e dal 1910, anche delle “Cattedre Ambulanti di Floricoltura”, in grado di fornire adeguata consulenza e supporto ai coltivatori.
Nel 1925, venne istituita la “Stazione Sperimentale per la Floricoltura”, finanziata grazie ad un lascito del noto avvocato e politico sanremese Orazio Raimondo e ad una sottoscrizione pubblica. Per molti anni venne diretta dal noto botanico e agronomo Mario Calvino (1875 – 1951) con la collaborazione della moglie Eva Mameli (1886 – 1978) e aveva lo scopo di collaborare con i floricoltori studiando e introducendo nuove specie e fornendo supporto alla loro attività.
Vennero migliorate le tecniche di coltivazione e di irrigazione, passando dalle canalizzazioni di superficie (beodi) e dalle cisterne o “peschéire”, alle tubazioni interrate, costruendo i serbatoi cilindrici di cemento armato (vasche) per accumulare le risorse idriche necessarie: dove esistevano dislivelli sfavorevoli si ricorse a impianti di sollevamento dell'acqua per pomparla nelle vasche.
La preparazione delle fasce per accogliere le coltivazioni iniziava con l'attività di dissodare manualmente il terreno utilizzando un attrezzo di antica origine: il “magàju”, che poteva essere a due o a tre denti e serviva per rompere le zolle e la crosta superficiale del terreno, ma spesso …. anche la schiena di chi lo doveva maneggiare. Quando si dovevano dissodare vaste superfici, era prassi comune assoldare un gruppo di lavoranti che portavano avanti più rapidamente e in modo omogeneo il “taju”, cioè il fronte di scavo che risultava molto ampio. Lo scasso poteva essere profondo da 50 cm ad un metro a seconda della piantagione prevista. Dopo una prima lavorazione che produceva grosse zolle di terra o “gevi”, si procedeva a frantumarle con un passata successiva. Infine si tracciavano le tavole “plance o turèle” per accogliere le piantine o i bulbi, a seconda della coltura in programma.
Per le prime concimazioni ci si avvalse esclusivamente di concimi naturali organici di origine animale ed umana: fra i primi, oltre ovviamente al letame, da ricordare le crisalidi di baco da seta essiccate (u cuchettu), la cornunghia, cioè cascami cornei ricavati da zoccoli e corna degli animali, il sangue animale essiccato o liquido ottenuto dai macelli (sanghe de bö); al secondo gruppo appartenevano i liquami e gli escrementi umani che, prima dell'uso delle fognature, venivano raccolti in contenitori appositi (barì), e trasportati nelle campagne per concimare le coltivazioni; grazie alla tenace opera di convincimento del Prof. Calvino, i materiali fecali vennero sostituiti dai concimi chimici, mentre gli altri fertilizzanti organici furono utilizzati fino agli anni '50, pur integrandoli con i concimi industriali.
Normalmente le coltivazioni avvenivano allo scoperto, in pien'aria, ma anche se il clima della Riviera è sempre stato particolarmente mite, esisteva comunque il rischio che un'ondata di freddo invernale potesse compromettere gravemente il raccolto, vanificando in una notte il lavoro di un'intera stagione. Per tale motivo cominciarono ad essere utilizzate delle coperture, inizialmente precarie, con tele o stuoie, e quindi serre con i vetri (vetrine) che potevano trattenere all'interno il calore irradiato dal sole (effetto serra).
Le serre hanno avuto una notevole evoluzione nell'arco del tempo e si distinguono in base a diversi criteri:
Strutture di sostegno, che possono essere di legno o di metallo.
Mobili, se sono smontabili, di solito in legno. Fisse, se inamovibili, generalmente in cemento e ferro.
Fredde, non climatizzate.
Temperate, con temperatura notturna fra i 10 e i 14 gradi.
Calde, mantengono una temperatura notturna fra i 16 e i 20 gradi.
Normali, se usano come substrato la normale terra.
A cassoni, dove il substrato può essere costituito in tutto o in parte da terra normale o terriccio arricchito ed è contenuto entro cassoni di cemento posizionati sul terreno o sopraelevati su appositi sostegni.
Idroponiche, con il substrato costituito da materiale inerte, poroso e sterile, come argilla espansa, vermiculite, perlite, pomice o lapillo lavico, che viene attraversato da soluzioni nutritive appositamente preparate.
Inoltre sono state dotate di impianti automatizzati e computerizzati che gestiscono il-
luminazione, climatizzazione, apertura/chiusura di finestre d'areazione, irrigazione, fertilizzazione, ecc.
La crescente commercializzazione dei fiori comportò ben presto la necessità di appo- siti spazi per le contrattazioni e le operazioni collegate.
Tenendo conto che i commercianti si spostavano prevalentemente con il treno e usavano lo stesso mezzo per trasportare la merce, per maggiore comodità si cercarono delle aree nelle vicinanze delle stazioni ferroviarie: nacquero così i mercati dei fiori e in Riviera il primo fu ad Ospedaletti, dove iniziò a funzionare dal 1894, seguito a breve, fra il 1898 e il 1904, da Ventimiglia, Bordighera e Taggia.
A Sanremo, nel 1896, il Comune deliberò l'istituzione del Mercato dei Fiori in una sede non ancora identificata, nel contempo venne stabilito un prezzo agevolato dell'acqua irrigua per i coltivatori di L. 36,5 al mc. anziché di L. 100.
Nella zona di Sanremo si concentrò la maggior superficie di terreni destinati alla floricoltura della provincia di Imperia: nel 1904 erano occupati circa 350 ettari, che nel 1915 passarono a 800.
Fra gli anni 1906 e 1908 il peso dei prodotti floreali esportati passò da oltre 1.690 tonnellate a circa 2.400.
Nel 1933 la superficie coltivata nella provincia di Imperia corrispondeva al 75% di quella nazionale, mentre le esportazioni di fiori avevano raggiunto il 95% del totale nazionale.
La produzione interessava rose (20%), garofani (60%), mazzeria, cioè: violette, margherite, violaciocche, anemoni, gladioli, mimose, ginestre, ecc. (12%) e fronde verdi (8%).
Nel periodo dal 1925 al 1940 ci fu un grande sviluppo della floricoltura, con l'aumento delle superfici coltivate, sia in pien'aria che in serra.
Vennero introdotte nuove specie come le strelitzie, originarie del Sud Africa, che inizialmente erano presenti solo in alcuni giardini esotici come gli Hanbury alla Mortola. Intorno agli anni venti ne sperimentò la coltivazione H. Stern e quindi Mario Calvino ne importò semi e piante dal paese d'origine, curandone la divulgazione.
Il mercato di Sanremo aveva trovato sede stabile nel cortile del grande edificio di Piazza Colombo che in precedenza era stato un convento delle monache salesiane; in breve tempo assunse un ruolo di prevalenza, assorbendo progressivamente l'attività delle altre sedi.
La coltivazione dei fiori assunse dimensioni sempre più ampie, quasi a diventare una vera e propria industria; contemporaneamente l'esportazione andò assumendo ancora maggiore importanza, superando ampiamente il mercato interno e produttori ed esportatori si trovarono di fronte ad una serie di vincoli.
Era necessario che la merce resistesse ai disagi del trasporto, che avesse una lunga durata in acqua, che garantisse un grado elevato di soddisfazione dei clienti e che avesse un ampio periodo di produttività.
La Riviera, per le sue condizioni climatiche, è sempre stata in grado di produrre fiori quando la maggior parte dei paesi del nord Europa erano attanagliati dal gelo e quindi la stagione invernale diventò il periodo di più intensa attività per i floricoltori, che per sfruttare tale aspetto ricercarono e privilegiarono le specie che producevano un elevato numero di fiori (rifiorenti), ma soprattutto cercarono di selezionare, nello ambito di ciascuna specie, le varietà che maggiormente evidenziavano le caratte- ristiche più desiderate.
Con il miglioramento dei trasporti si ampliarono le prospettive: i fiori poterono raggiungere in pochi giorni anche le destinazioni più lontane, in modo da soddisfare un sempre maggiore volume di clientela. I fiori che diedero maggiori garanzie di sopportare meglio lo stress del trasporto furono i garofani e le rose, mentre altre specie dimostrarono una resistenza troppo scarsa.
Per venire incontro alle esigenze della clientela per le varie ricorrenze e alla evoluzione del gusto dei consumatori, ottennero maggior diffusione le specie che potevano vantare un'ampia gamma di colori: i generi disponibili in più colori riuscirono a soddisfare diversi settori di domanda spuntando i prezzi migliori e di conseguenza furono i più coltivati.
La continua espansione della floricoltura alimentò una costante ricerca di nuovi spazi da dedicare a tale attività, a discapito delle altre colture più tradizionali, e anche le località collinari più elevate, come ad esempio Ceriana, Seborga e Perinaldo, si convertirono alla coltivazione dei fiori, optando per le specie più facilmente adattabili alle locali condizioni ambientali.
Un ulteriore impulso fu dovuto al contributo all'immigrazione interna, soprattutto proveniente dalle regioni meridionali. Intere famiglie si insediarono nelle campagne, lavorando come salariati, mezzadri o affittuari; dopo diversi anni di duro e faticoso lavoro diventarono proprietari di una gran parte dei terreni coltivati e si trasformarono a loro volta in imprenditori floricoli.
Una delle principali caratteristiche della floricoltura della Riviera è sempre stata la notevole frammentazione delle proprietà, con superfici in grande maggioranza in- feriori ad un ettaro e ciò ha influito negativamente sui costi di esercizio; inoltre la forte impronta individualistica o famigliare della conduzione non ha quasi mai portato all'adozione di forme cooperative come invece avvenuto nel settore agricolo in varie regioni italiane.
La progressiva modifica del territorio, l'installazione di un numero sempre crescente di serre, l'uso talora troppo disinvolto di prodotti chimici e la cementificazione, oltre a modificare pesantemente il paesaggio naturale, ha provocato spesso numerose rimostranze e interrogativi da parte degli ambientalisti e preoccupazione nell'opinione pubblica per le possibili conseguenze negative sull'uomo e la natura.
A tale proposito va ricordato che a partire dalla fine degli anni '60 si cominciò a parlare diffusamente dei pericoli legati all'uso indiscriminato dei fitofarmaci. Floricoltori e commercianti dovettero munirsi di un tesserino di abilitazione, fu introdotta una regolamentazione più severa sulla classificazione, detenzione e vendita degli insetticidi, istituendo l'uso di appositi registri e formulari da compilare per ogni acquisto e vendita di tali prodotti.
Prima dell'ultima guerra il territorio della Riviera coltivato a fiori era di circa 2.800 ettari, dei quali soltanto 50 coperti da serre.
Negli anni '60 solo il 10% dei terreni apparteneva ad aziende gestite con criteri moderni, con grandi superfici attrezzate con serre riscaldate, manodopera specializzata e un'efficiente organizzazione commerciale.
All'inizio degli anni '70 aumentarono le coltivazioni coperte con serre estendendosi verso la fine del decennio ad oltre la metà dei terreni coltivati.
La produzione complessiva rappresentava circa il 25% di quella nazionale, mentre le esportazioni di fiori locali costituivano il 70% dell'intero quantitativo nazionale.
Si può dire che nei venticinque anni successivi alla fine della guerra, specialmente negli anni del cosiddetto “miracolo economico”, la floricoltura, ripresasi dopo i gravi danni bellici ha vissuto un nuovo momento magico, paragonabile al periodo anteguerra, ma molte, troppe cose sono successivamente cambiate. Ci furono mutamenti dello scenario, da provinciale il contesto si ampliò fino ad un livello mondiale; si verificarono cambiamenti profondi, dovendosi confrontare e a volte scontrare con realtà molto diverse dalla nostra.
Venne aperta l'esportazione verso il mercato scandinavo, utilizzando il trasporto aereo per abbreviare i tempi e presentare fiori ancora in ottimo stato di conservazione.
Purtroppo, anche a causa dell'aumento vertiginoso del carburante che ha fatto lievitare in modo esponenziale i costi di produzione, e della concorrenza di altre regioni italiane e dei paesi stranieri verso la metà degli anni '70 iniziò il lento declino della floricoltura.
La pratica della coltivazione floricola, un tempo esclusiva della Riviera, si diffuse in altre regioni italiane e all'estero dove sorsero grandi aziende modernamente concepite e strutturate, ad orientamento industriale, privilegiando spesso la quantità a discapito della qualità, ma grazie ai prezzi inferiori praticati, conquistarono grandi fette di mercato.
La fama della qualità dei prodotti floreali locali conservò comunque notevole prestigio presso la clientela straniera, pertanto si diffuse l'uso, per alcuni grossisti, di acquistare ed importare la merce dai produttori stranieri, commercializzandola poi come fiori della Riviera.
Se inizialmente la manovra ebbe un certo successo, in seguito entrarono in gioco anche i paesi extra europei che assunsero sempre maggior importanza iniziando a commercializzare direttamente i propri prodotti.
All'inizio degli anni 90 entrò in funzione il nuovo grande mercato dei Fiori di Sanremo, progettato con lo scopo di commercializzare una forte produzione da tutta la Riviera, ma l'attività subì un drastico ridimensionamento e la floricoltura ligure iniziò purtroppo una lunga parabola discendente, perdendo la sua posizione di egemonia nazionale ed internazionale.
Dall'inizio degli anni duemila l'Italia, da paese produttore, iniziò a trasformarsi progressivamente in un mercato di consumo: la produzione calò fino ad appena il 5% del totale mondiale, contro un livello dell'80% raggiunto nel periodo migliore.
Ricostruire le cause di un tale fenomeno sarebbe una storia troppo lunga e bisognerebbe risalire alle scelte industriali e politiche maturate già negli anni Sessanta, che in pratica provocarono un brutale accantonamento dell'attività agricola e floricola.
Attualmente le aree di grande produzione sono sostanzialmente collocate nei paesi subtropicali che sono situati lungo la cosiddetta “cintura del sole”, dove le giornate sono più luminose e calde e soprattutto, i costi di manodopera sono a basso livello. In Kenya, Uganda, Etiopia, Colombia, Ecuador, ci sono aziende da oltre 6.000 ettari, controllate da multinazionali occidentali oppure da gruppi locali ma con tecnologie all'avanguardia; aziende che vendono nei paesi dell'Euro perché l'Europa consuma il 60% della produzione mondiale.
La crisi economica globale vede una produzione ampiamente estesa, ma con canali distributivi e di consumo ancora tradizionali. Il calo del volume d'affari supera il 20%, e anche l'Olanda, da tempo leader mondiale della produzione, commercializ- zazione e distribuzione dei fiori, ha accusato una pesante battuta d'arresto, con la chiusura di numerose aziende, nonostante la fusione delle sue strutture nella mega piattaforma FlorHol, con un fatturato da oltre 4 miliardi di Euro.
In Italia il consumo dei fiori recisi è diminuito di oltre il 50%, preferendo le piante in vaso che durano maggiormente.
In alcune regioni molte aziende, oltre ad una produzione floricola specializzata, si stanno orientando verso la fornitura di servizi: uno dei problemi da risolvere è la logistica, in quanto ad oggi risulta meno oneroso spedire un carico di fiori in paesi stranieri con sistemi di codifica, imballi e trasporto all'avanguardia piuttosto che in una diversa regione italiana.
Oggi il mezzo di trasporto più diffuso è l'automezzo refrigerato, ma alcune grandi aziende di spedizione hanno sperimentato i container con atmosfera controllata: se il sistema si diffonderà sul piano mondiale, si potranno trasportare i fiori con navi porta container, abbattendo la barriera della deperibilità ed avvicinando ulteriormente le zone di coltivazione ai mercati di consumo e rendendo concorrenziali le produzioni asiatiche e sud americane.
Inoltre le nostre aziende floricole sono poco redditizie, con titolari spesso in età avanzata e terreni molto frazionati, con le associazioni dei produttori più intente a litigare fra di loro che a studiare una vera politica di settore, mentre per affrontare al meglio i periodi di crisi occorrerebbe una maggiore compattezza per meglio affrontare la ristrutturazione del sistema globale che rischia di tagliarci fuori dai mercati.
Un'altra chiave per tentare di superare la crisi può essere la specializzazione di nicchia, concentrando le energie su singole specie, come ad esempio sta avvenendo per i ranuncoli, con un'attività di ricerca parallela che permetta di sviluppare sempre nuove varietà. In pratica occorrerebbe passare dal commercio di massa alla ricerca, per offrire fiori diversi con le migliori caratteristiche per farli apprezzare dal pubblico, sfruttando le condizioni climatiche ottimali che da sempre hanno fatto della nostra Riviera l'ambiente ideale per la floricoltura.

(Fonti tratte e liberamente elaborate da: L.Viacava e G. Roberto- Floricoltura in Liguria dagli inizi ad Euroflora- Sagep 1982; B. Filippi- Le Radici dei Fiori- Diakronia 1998; E. Bernardini- San Remo, Storia e Anima di una Città- Ist. Geogr. De Agostini 1987; G. Ferrari- Sanremo 500 Secoli – C. Tacconis 1963)